Cos’è l’ADHD?

Per alcune persone, l’ADHD non esiste ancora.
Il motivo più comune dietro questo scetticismo è: “Tutti hanno quei sintomi. Se andiamo a cercare i sintomi dell’ADHD nelle persone, allora tutti hanno l’ADHD”.

Questo, in effetti, è abbastanza corretto: i sintomi dell’ADHD sono distribuiti in modo normale nella popolazione generale. Ma i comportamenti che gli scettici considerano sintomi dell’ADHD in realtà non sono sintomi dell’ADHD. Quello che in genere gli scettici definiscono come “avere l’ADHD” non è affatto ciò che l’ADHD è davvero dal punto di vista diagnostico.

Da questa prospettiva, paradossalmente, professionisti clinici e scettici si trovano d’accordo: l’ADHD, così come lo definiscono gli scettici, non è l’ADHD — e quindi, in quel senso, non esiste.

Facciamo chiarezza.

Cos’è l’ADHD?
Basta leggere la definizione clinica dell’ADHD per ottenere informazioni fondamentali: il disturbo da deficit di attenzione e iperattività è una condizione neuroevolutiva “a esordio infantile”, caratterizzata da comportamenti che indicano livelli “inappropriati rispetto allo sviluppo” di disattenzione, iperattività e impulsività che sono “pervasivi” e causano “un significativo compromesso del funzionamento in più contesti”.

Perché un comportamento sia definito come sintomo, deve soddisfare criteri rigidi. I termini in grassetto sono tra le informazioni più importanti per definire cosa sia davvero l’ADHD e cosa serva per considerare un comportamento come sintomo. Per chiarezza, affronterò alla fine il criterio dell’“esordio infantile”.

Davvero tutti hanno sintomi di ADHD?

“Livelli inappropriati rispetto allo sviluppo di” significa che quei comportamenti che indicano disattenzione, iperattività o impulsività non possono essere definiti “sintomi” di per sé e quindi non sono compatibili con una diagnosi di ADHD. Devono deviare chiaramente da ciò che ci si aspetta in base alla fase dello sviluppo.
Ad esempio, può essere in parte accettabile per una certa fascia d’età avere una ridotta capacità di inibire una risposta (come dire qualcosa senza pensare alle conseguenze), o una ridotta capacità di ignorare le distrazioni (es. mantenere l’attenzione su un compito). Tuttavia, anni di ricerca sulle funzioni esecutive ci dicono che queste capacità dovrebbero essere ben sviluppate negli adulti.

Di conseguenza, solo applicando il criterio della “inappropriatezza rispetto allo sviluppo”, è chiaro che è un errore dire che “tutti hanno l’ADHD” o che “se cerchiamo i sintomi nelle persone, allora tutti hanno l’ADHD” — a meno che non pensiamo che la maggior parte della popolazione presenti comportamenti di disattenzione e/o impulsività-iperattività che deviano significativamente da ciò che è atteso per la loro età.
Quello che viene considerato un sintomo di ADHD da chi ne nega l’esistenza, NON è un sintomo di ADHD.

Quando un clinico può diagnosticare correttamente l’ADHD?

Per diagnosticare l’ADHD, i clinici hanno bisogno di molti più criteri. Anche se un comportamento è considerato un sintomo perché è “inappropriato rispetto allo sviluppo”, per rientrare in un’ipotesi diagnostica di ADHD, deve anche essere pervasivo.

La pervasività significa che i sintomi non possono comparire in alcuni contesti e sparire magicamente in altri. Non possono essere presenti, ad esempio, solo sul posto di lavoro e scomparire a casa (o viceversa). Non si può avere difficoltà a prestare attenzione solo parlando con i colleghi e poi funzionare perfettamente con tutte le altre persone in ogni altro contesto.
È vero che l’interesse può modulare l’attenzione (e le persone con ADHD possono andare in iperfoco se qualcosa le interessa), ma se un sintomo ha davvero origine da una sindrome clinica, dovrebbe comunque emergere da qualche parte, in qualche momento.
L’ADHD non è qualcosa che si può accendere e spegnere a seconda della situazione. I sintomi devono essere presenti in più contesti (lavoro, famiglia, scuola, vita sociale…).

Tutto questo basta per considerare un comportamento sintomo di ADHD?

Non ancora. Quei comportamenti devono essere anche intensi e frequenti abbastanza da causare un significativo compromesso del funzionamento nella vita quotidiana; devono cioè avere un impatto negativo sulla tua vita al punto da renderla chiaramente migliore se quei sintomi non ci fossero.

Ad esempio:

  • Tutti a volte “si perdono” in una conversazione e smettono di ascoltare.
  • A tutti capita di rileggere tre volte lo stesso paragrafo perché la mente vaga.
  • Tutti perdono chiavi, telefono, portafogli ogni tanto.
  • A volte tutti rimandano compiti spiacevoli all’ultimo minuto.
  • E anche dire cose inappropriate senza pensarci capita a molti.

Questi sono comportamenti simili all’ADHD, ma non sono sintomi clinici se accadono occasionalmente e non causano problemi significativi nella vita quotidiana.
Ora, immagina invece se ogni conversazione fosse difficile da seguire; quanto sarebbe dura seguire un insegnante, un capo, o semplicemente orientarsi nella vita di tutti i giorni?
Oppure se ogni volta che devi leggere qualcosa di noioso, la tua mente vagasse al punto da dover rileggere ogni frase cinque volte?
Oppure se perdessi continuamente le cose e arrivassi spesso in ritardo perché non trovi le chiavi, il telefono o il documento che ti serve?
O ancora, se la tua impulsività rovinasse i rapporti con gli altri, e venissi evitato — o salvato solo dalla tolleranza degli amici più stretti?

In questi casi, i comportamenti descritti soddisfano i criteri di “sintomo”: sono intensi, frequenti, e causano danni evidenti alla qualità della vita.

Ma tutto questo è sufficiente per diagnosticare l’ADHD?

Neppure. I sintomi devono anche essere presenti in gruppi, cioè in “cluster”: avere solo uno o due di questi comportamenti non basta per una diagnosi.

Quanti sintomi devono essere presenti negli adulti?

Negli adulti, per ipotizzare una diagnosi di ADHD, è necessario avere almeno cinque sintomi in almeno uno dei due domini:

  • Disattenzione
  • Iperattività/impulsività

Altre condizioni possono somigliare all’ADHD?

Sì. Chi fa una valutazione per l’ADHD deve anche conoscere tutte le condizioni che possono mimarne i sintomi.
Ad esempio: se una persona riferisce di non riuscire a concentrarsi, il clinico deve capire se i pensieri sono prevalentemente preoccupazioni (episodiche) oppure pensieri casuali e cronici. Se si tratta di preoccupazioni episodiche, è meno probabile che si tratti di ADHD.
Questo è solo un esempio: ci sono molte altre condizioni e passaggi da considerare per una diagnosi differenziale corretta.
In sintesi: l’ADHD è una condizione complessa da valutare. Eppure, si sente ancora dire che “non esiste” o che “ce l’hanno tutti”.

Spero che, conoscendo i criteri necessari per emettere una diagnosi, tu possa capire che non è così.

L’ADHD è reale, ed è reale soprattutto per chi ne soffre.
A queste persone viene spesso detto che l’ADHD non esiste, che se non si concentrano è “colpa loro”, che è una questione di volontà, che sono solo pigre.
Ma non è così.

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